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Anguillara: Coordinamento ZITTAMAI esordisce con una petizione

Zittamai

ZITTAMAI nasce da un gruppo di donne unito dal desiderio di costruire una comunità più consapevole, più solidale ed emancipata dalla violenza. Lanciata una petizione su change.org. 

“La violenza di genere – si legge – non è solo violenza fisica. É sopraffazione, controllo, umiliazione, isolamento, paura, dipendenza economica.

Comprende la violenza psicologica e sessuale esercitata sulle donne.

Il femminicidio è solo la punta dell’iceberg di un sistema culturale che giustifica le sopraffazioni e le discriminazioni esercitate sulle donne. 

Un sistema tollerato da una società in cui la violenza di genere è silenziosa, troppo spesso nascosta.

 

L’uccisione di Federica Torzullo che ha colpito in modo devastante le famiglie coinvolte, ha rappresentato un trauma profondo anche per le donne e la cittadinanza di Anguillara.

La proclamazione del lutto cittadino è stata quindi un gesto importante che ha riconosciuto il dolore di una comunità ferita. In diverse occasioni pubbliche si é parlato di una “violenza che non ammette spiegazioni”.

Tuttavia, da donne, da cittadine crediamo invece che questa violenza debba essere nominata e riconosciuta per ciò che è: violenza maschile contro una donna che ha espresso la volontà di autodeterminarsi. 

Si chiama femminicidio. Non si tratta di inserire la morte di Federica in una categoria, ma di evitare che la sua uccisione rimanga circoscritta al dolore delle famiglie e venga consegnata a una dimensione di sola responsabilità individuale, se non astratta, inspiegabile, quasi fatalistica. La violenza di genere non è un “mistero” insondabile: ha radici culturali e sociali precise, ed è proprio per questo che può e deve essere compresa, contrastata e prevenuta. Quando si sceglie di non nominarla si rischia, anche involontariamente, di sottrarre quella violenza al suo contesto e quindi alla sua responsabilità collettiva.

La parola silenzio utilizzata spesso in questa tragedia ha suscitato per questo molte riflessioni.

Sicuramente è condivisibile come azione di rispetto verso le famiglie e nei momenti di raccoglimento, ma non può comprimere il bisogno di molte donne di manifestare la propria rabbia, il proprio dolore con parole chiare e azioni visibili, per affermare senza ambiguità che ciò che è accaduto a Federica non è una tragedia privata né un evento isolato.

Non vogliamo più stare in silenzio.

Sentiamo il bisogno di far sentire le nostre voci, e porre l’attenzione su queste tragedie che continuano a consumarsi nelle nostre case, nelle nostre relazioni, nelle nostre comunità, troppo spesso nell’indifferenza o nell’imbarazzo e ancor più grave nel rischio di una rimozione collettiva.

Il femminicidio non è un fatto privato, non è un destino, non è un’emergenza improvvisa: è il risultato di una cultura e dell’esercizio di un potere sulle donne, di controllo, di possesso, di svalutazione.

Un potere che troppo spesso si traduce in violenza. Commemorare e ricordare non può ridursi al solo “non dimenticare”.

Al femminicidio di Federica Torzullo così come a quello precedente di Federica Mangiapelo che hanno colpito a distanza di pochi anni la nostra comunità, dobbiamo poter dare un senso individuale e collettivo. In momenti come questo, le parole private, ma soprattutto quelle pubbliche e istituzionali, non possono ridursi alla commemorazione: devono essere usate per prendere posizione, orientare e produrre azioni concrete educative, culturali, politiche per generare consapevolezza, cambiamento e prevenzione della violenza di genere.

Occorre agire per proteggere le donne dagli abusi, promuovere una cultura del rispetto, garantire eguaguaglianza e costruire così una comunità più coesa, solidale ed emancipata da ogni forma di violenza.

Serve la responsabilità di tutte e tutti, ma soprattutto serve un impegno politico e amministrativo preciso, capace di ROMPERE IL SILENZIO e farsi promotore degli interventi istituzionali necessari per porre in essere il cambiamento.

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